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Gela: colpi di tosse, starnuti e paura, l’identikit della Spagnola. In città le vittime furono 580


di Redazione

Gela: colpi di tosse, starnuti e paura, l’identikit della Spagnola. In città le vittime furono 580
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8 Mar 2020

[di Nuccio Mulè]

Il XX secolo è stato teatro di tre grandi epidemie mondiali (o pandemie) di influenza virale. Quella che è rimasta più nota nell’immaginario collettivo anche nelle nuove generazioni è stata la “Spagnola”. La sua notorietà è principalmente dovuta al fatto che causò, secondo alcune fonti, qualcosa come 40 milioni di morti in tutto il mondo, addirittura un numero maggiore di quelli causati dalla Prima Guerra Mondiale.
Tale pandemia, avvenuta nel 1918, fu notevole non solo per il gran numero di morti che causò, ma anche per il suo elevato tasso di mortalità, con punte del 70 per cento in alcune comunità.
La “Spagnola”, in gergo medico influenza H1N1, prese avvio in un campo militare negli USA e da lì si diffuse in tutto il mondo tra l’autunno del 1918 e l’inverno del 1919. Mentre la prima Guerra Mondiale volgeva al termine il virus influenzale colpì in 3 successive ondate.
La prima segnalazione del contagio, avvenne nel marzo del 1918 negli Stati Uniti. La prima ondata non destò eccessiva preoccupazione e si esaurì dopo qualche mese. A settembre dello stesso anno una seconda ondata influenzale partì dalla penisola iberica (Portogallo e Spagna), donde il nome “Spagnola”, e invase l’Europa. Fu l’ondata più violenta e mieté numerose vittime. Solo in Italia morirono circa 400.000 persone.
La trasmissione della “Spagnola” avveniva per tosse o starnuti. Uno starnuto può immettere in aria circa 5.000 goccioline a una velocità di 46 metri al secondo sino a 4 metri di distanza. Tali goccioline possono rimanere sospese nell’aria per più di mezzora. Una gocciolina può originare circa 19.000 nuove colonie di virus.
Probabilmente l’elevata mortalità della “Spagnola” è da ascrivere alle carenze sanitarie dell’epoca, aggravate dalle difficoltà provocate dall’evento bellico. Tra l’altro, gli antibiotici non erano stati ancora scoperti e molte morti potrebbero essere state provocate da sovra-infezioni batteriche.
Alcune curiosità sulla “Spagnola” si riferiscono ad alcune terapie. Ad esempio, le prime cure mediche per la curiosa febbre da cavallo che essa produceva erano: “dieci grani di Fenazone per abbassare la temperatura, sette grani di tintura di Noce vomica per stimolare il sistema nervoso e sette grani di digitale per sostenere il cuore di cui si potevano aggiungere tre grani di carbonato d’ammonio per liberare i bronchi, quindici grani di senna come purgante e venti grani di canfora come stimolante. Lo scrittore veneziano Tito Spagnol diede una definizione assai caustica della terapia allora in voga in Italia: “quattro pastiglie di chinino e un po’ di paglia per morirvi sopra”. In assenza poi di antibiotici e di sulfamidici, qualche medico ricorse agli impacchi caldi, altri a quelli freddi, altri ordinarono di segregare in casa gli ammalati, altri ancora di farli uscire all’aperto sotto le intemperie. Si ricorse al chinino, alle purghe, alla fenacetina, alle iniezioni sottocutanee di olio canforato e di caffeina “per sostenere la circolazione”. L’aspirina allora sollevava ancora parecchi sospetti, si temeva potesse nuocere al cuore. Morirono celebri personalità: lo scrittore Edmond Rostand, il poeta Apollinaire, il principe Erik di Svezia, il principe Torlonia, la figlia di Buffalo Bill. Negli Stati Uniti si salvarono per un pelo il Presidente Wilson, il suo successore Roosvelt, Walt Disney e l’attrice Mary Pickford. Sul fronte italiano la malattia fece la sua comparsa a primavera con una breve epidemia di carattere assai benigno per poi scomparire nel mese di giugno. La Spagnola iniziò di nuovo a mietere le sue vittime da luglio in poi raggiungendo l’apice a ottobre. Questa volta
l’affezione, pur se identica a quella primaverile, era caratterizzata da gravi complicazioni polmonari che causavano aggravamenti e improvvisi decessi. A metà ottobre si arrivò, tra le truppe in linea, addirittura a punte di 3.000 nuovi casi giornalieri. Considerando i 375.000 casi di morte causati in Italia dall’epidemia (tenendo conto delle malattie complicanze della stessa influenza e causa di morte la cifra arriverebbe a quasi 500.000 italiani dati statistici del 1925) si può ipotizzare che gli italiani colpiti dall’epidemia furono circa 4,5 milioni su una popolazione di circa 36 milioni di abitanti; una proporzione impressionante tant’è che il Capo gabinetto di Vittorio Emanuele Orlando, impose una severa censura. Non solo! Fu proibito il rintocco funebre delle campane, furono banditi gli annunci mortuari, i cortei e funerali, allo scopo di non demoralizzare la nazione.

Nel trimestre giugno agosto 1919 si manifestò la più grave diminuzione nel numero dei nati nel paese, a causa proprio dell’epidemia influenzale che diradò i matrimoni, interrompendo le relazioni coniugali e favorendo interruzioni di gravidanza per aborto o morte della gestante.

A Gela, a livello di mortalità, che andamento ebbe la spagnola? Per tracciarne un quadro, se pur sintetico, abbiamo consultato i registri dei morti nella Parrocchia della chiesa Madre riferiti al 1918. Da essi, escludendo la media standard dei morti mensili che allora era intorno alle 50 unità, si desume un numero totale di 580 gelesi deceduti a causa della spagnola con la fase parossistica avvenuta nei mesi di settembre e ottobre. Rispetto alla percentuale di decessi in Italia causati dal virus della “Spagnola”, che fu di 106 morti per ogni 10.000 abitanti corrispondente all’1,06 percento, a Gela facendo il paragone, i risultati dell’epidemia furono significativi, infatti, in base al numero dei suoi abitanti, che era allora di circa 25.000, il numero complessivo di 580 decessi corrisponde alla percentuale del 2,32 percento, cioè quasi di due volte e mezzo superiore alla media nazionale.


Redazione
Today 24 è un quotidiano on line indipendente, fondato nel 2014 da Massimo Sarcuno. Ogni giorno racconta i fatti e le notizie di Gela, Niscemi, Riesi, Butera, Mazzarino e di molti altri comuni del comprensorio. In particolare l’area del Vallone.