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MAFIA | Varese

Gela: «Io vittima dei Nicastro, mi hanno pestato». Il racconto di un testimone sotto protezione


di Redazione

Gela: «Io  vittima dei Nicastro, mi hanno pestato». Il racconto di un testimone sotto protezione
cronaca
5 Nov 2026

«Ancora oggi la gente ha paura di questi qua, loro vogliono comandare, la gente ancora trema quando sente il nome dei Nicastro. A gruppi picchiano la gente, appena le persone non fanno quello che dicono e nessuno denuncia». A tratti in lacrime un imprenditore, titolare di alcuni locali a Busto Arsizio, testimone di giustizia e sotto programma di protezione, ha deposto, dietro un paravento, nel maxi processo «Hydra», in corso a Milano. Al centro il consorzio delle tre mafie, ‘ndrangheta, Cosa Nostra, camorra, in Lombardia. Processo in cui l’uomo (di cui non si fa il nome a tutela) è l’unica vittima parte civile ad aver denunciato, in particolare, minacce di morte e un violento pestaggio subito. Il titolare di un bar nel Comune del varesotto ha raccontato il radicamento sul territorio dei gelesi: sotto processo sono Dario Nicastro, il fratello Fabio e il figlio Francesco, che per l’accusa farebbero parte della presunta alleanza tra mafie in quota al clan Rinzivillo. Ha spiegato che i Nicastro volevano che lui cedesse la sua attività, un locale, sul quale Francesco Nicastro aveva messo gli occhi e «voleva spadroneggiare». Si oppose con forza e iniziarono le minacce, anche di morte. «Ti strozzo con le mie mani, do fuoco al locale e ti brucio vivo», le frasi minatorie subite a suo dire da un altro dei Nicastro (Dario). E lui, uno dei pochi testimoni di giustizia in Lombardia negli ultimi anni, rispose: «Io vado avanti legalmente, se non mi ammazzate vi denuncio tutti». Poi, la deposizione, passata anche per una truffa e un’altra aggressione subita negli anni precedenti, si è incentrata soprattutto su quel pestaggio violento del maggio 2021. Lo chiusero nel bar, rompendogli il naso e prendendolo a calci e pugni.

«Mi sentivo una nullità – dice l’imprenditore in lacrime, con Dario e Francesco Nicastro liberi e presenti in aula – a Dario Nicastro, però, glielo dicevo ammazzami, perché se no ti denuncio». Ancora sanguinante quella stessa sera andò a denunciare e poi si recò in ospedale.

Il pestaggio, ha raccontato ancora l’imprenditore, «è durato una mezz’ora». Rosario Bonvissuto, altro gelese anche lui imputato in quanto ritenuto uomo del clan, e gli altri, tra cui Dario Nicastro, «si sono presi delle birre e hanno brindato alla fine e poi Bonvissuto ha sbattuto i soldi sul bancone dicendomi: hai il brutto vizio di chiedermi anche i soldi». Mentre Dario Nicastro diceva: «Se ci denunci ti brucio vivo nel locale». L’imprenditore era già stato ascoltato, così come la moglie, lo scorso febbraio dai pm. Hanno presentato denuncia nel 2021, 2022 e 2025. Dopo il 2006, tra l’altro, quando l’uomo si era rivolto a Fabio Nicastro per dei lavori di ristrutturazione per far partire il suo locale, quest’ultimo avrebbe incassato 120 mila euro da lui senza fare praticamente nulla. Dai Nicastro aveva subito anche un’altra aggressione prima del pestaggio.

«Fabio Nicastro – ha spiegato ancora il teste – mi ha detto di non riferire anche di questi fatti nel processo, perché se parlavo pure di questo peggioravo la mia situazione. Mi ha detto: noi ti diamo dei soldi, ti diamo quello che tu chiedi davanti a un avvocato, ma ritira la denuncia». Prima del pestaggio erano arrivati ​​nel suo locale per dirgli “questo posto è in vendita, ti diamo 50mila euro in contanti, pensaci, qua comandiamo noi”. Ma lui non ha ceduto. La gente, ha ribadito più volte il teste, “ha ancora paura di loro. A un mio cliente – ha raccontato – gli hanno spaccato un bicchiere in testa e l’hanno mandato all’ospedale, ma non ha denunciato. Mi ha detto ‘io non sono come te, io ho paura’. A un altro l’hanno preso a calci e gli hanno rotto i denti, ma nessuno denuncia”. Nato a Gela, l’imprenditore nella sua prima parte della testimonianza ha raccontato il suo arrivo da ragazzo in Lombardia, quando “non ci affittavano una casa perché eravamo ‘i terroni'”, e tutto il suo percorso prima di arrivare a gestire più locali. Nei processi contro le mafie a Milano degli ultimi anni non si era più visto in aula un testimone di giustizia. «Ho sempre in mente quella scena, le botte subite, la preoccupazione di mia moglie», ha concluso l’imprenditore.


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