Gela, lavoratore impianto clorosoda deceduto. I familiari: «Riaprire quelle indagini»
di Redazione
«Riteniamo che ci siano tutte le condizioni per riaprire le indagini sulle morti dei lavoratori dell’ex impianto clorosoda di Gela». È la richiesta dei familiari di Salvatore Mili, uno degli operai di quella linea produttiva, deceduto 12 anni fa per le conseguenze di un adenocarcinoma mucinoso del colon. «La condanna, in primo grado – riferisce all’Ansa Orazio Mili, figlio del lavoratore – dell’ex procuratore capo di Gela Lucia Lotti, relativa alle indagini sul ciclo industriale, non può essere sottovalutata. In quell’inchiesta si fa riferimento anche alle indagini che sono state svolte sull’impianto clorosoda e non solo. Abbiamo sempre avuto il massimo rispetto del lavoro della magistratura e continuiamo ad averlo. Ma questa vicenda va chiarita, riaprendo le indagini. È singolare che a mio padre non fu neanche riconosciuta la malattia professionale».

Per la morte di Mili, che per oltre vent’anni lavorò nel polo industriale Eni di Gela e nell’impianto clorosoda – secondo i familiari a stretto contatto con sostanze pericolose a cominciare dall’amianto – si aprì un’indagine che portò 13 ex manager e tecnici del petrolchimico davanti al giudice dell’udienza preliminare del tribunale che dispose il non luogo a procedere, assolvendo tutti gli imputati. La Corte d’appello di Caltanissetta , per ragioni tecniche, dichiarò inammissibile l’appello avanzato dalla procura e dalle parti civili.
(Nella foto grande, in alto, Orazio Mili; a lato il papà, Salvatore, lavoratore dell’impianto clorosoda deceduto nel 2014).













