Gela: sgomberi e tensioni sociali, Comune sindacati provano a mediare. Incontro giovedì
di Redazione
Momenti difficili stamane nella periferia di Scavone, il «Bronx» di Gela, dove sono iniziati gli sgomberi preannunciati dall’Istituto Case Popolari. Una situazione di forte tensione anche se le procedure di liberazione del primo alloggio sono avvenute senza disordini o tafferugli grazie anche alla massiccia presenza di forze dell’ordine. Sul posto hanno operato diverse pattuglie della Polizia locale. Decine le famiglie, una ventina solo al «Bronx», sono interessate dai provvedimenti esecutivi. Spesso si tratta di nuclei disagiati con capifamiglia disoccupati o che vivono di lavori precari e con figli minori a carico. Le persone sgomberate stamane, una coppia con quattro figli, non sanno dove andare. E se è doverosa la corretta applicazione delle norme, non si possono però nascondere le ripercussioni. Da un lato il disagio sociale degli occupanti abusivi al quale si frappone il rovescio della medaglia: gli aventi diritto, regolarmente in graduatoria, i quali attendono una casa popolare e vedono negato un tetto. Non è un caso solo locale, le tensioni in questi giorni nella cintura romana, con gli alloggi ex Gescal occupati, sono al centro di tensioni sociali e attestano la gravità del problema su scala nazionale.
Da giorni il quartiere Scavone, il cosiddetto Bronx della città, è tappezzato di manifesti e lenzuola con scritte che rivendicano le necessità degli occupanti. «Vogliamo pagare, non occupare – scrivono – le case servono alle persone, non al degrado». Il riferimento è a molti alloggi che erano stati lasciati sfitti e abbandonati all’incuria. E ancora: «La casa è un diritto, non un privilegio. Vogliamo metterci in regola, ascoltateci».
Ieri pomeriggio i vertici della Camera del Lavoro Cgil, del Sunia e della Filcams si sono recati a Scavone per incontrare le famiglie.

Erano presenti Iside Licata del Sunia, Francesco Cosca, coordinatore della Camera del Lavoro, Nuccio Corallo, segretario confederale della Cgil di Caltanissetta e Luca Pulici, segretario generale della Filcams Cgil.
La posizione del sindacato è netta: «Nessuna giustificazione sulle occupazioni abusive e nessuna sanatoria indiscriminata. Il rispetto delle regole è imprescindibile. Ma la legalità deve valere per tutti e non può esaurirsi nel momento dello sgombero».
«Nel corso dell’incontro – spiegano – abbiamo potuto constatare anche le condizioni degli immobili, che richiedono attenzione e interventi manutentivi. Il tema, dunque, non riguarda soltanto le responsabilità di chi occupa senza titolo, ma anche quelle delle istituzioni chiamate a gestire, recuperare e mantenere in condizioni dignitose il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. È questo uno dei nodi più generali dell’emergenza abitativa siciliana: mentre cresce il numero delle famiglie che faticano ad accedere a una casa a costi sostenibili, una parte del patrimonio pubblico rimane inutilizzata, degradata o necessita di interventi di recupero. La casa deve tornare a essere considerata un’infrastruttura sociale essenziale e il patrimonio di edilizia pubblica una risorsa pubblica da governare con efficienza, trasparenza e responsabilità».


Per queste ragioni Sunia, Sicet e Uniat hanno già chiesto un incontro al Comune, alla Regione e all’Iacp.
«Chiediamo – scrivono – che il tavolo venga convocato rapidamente per effettuare una ricognizione trasparente delle occupazioni senza titolo, delle condizioni sociali e familiari delle persone coinvolte, dello stato degli immobili e, più complessivamente, del patrimonio pubblico disponibile, inutilizzato o da recuperare. All’interno di questo percorso dovrà essere verificata, caso per caso e nel rigoroso rispetto della normativa vigente, l’eventuale esistenza dei presupposti per ricondurre nella legalità le situazioni che la legge consente di regolarizzare».

Di questo si discuterà giovedì a Palermo nel corso di un incontro chiesto dal sindaco, Terenziano Di Stefano.
Da giorni, intanto, nel quartiere campeggiano lenzuola e scritte di una protesta silenziosa ma profonda: «Un tetto ogni bambino. Gela non abbandona i suoi figli».
Storie di bisogno e disagio. Come quella che ci racconta Maria (il nome è di fantasia).
«Volevamo affittare casa – dice – ma sono entrata in gravidanza: disperati abbiamo occupato un alloggio per dare un tetto al nostro bambino. Prima essere condannati nel giudizio, vorremmo essere ascoltati e compresi».
Ecco che il diritto a una casa deflagra, soprattutto nelle periferie.













