logo TODAY 24 Gela
LIBRI | Romanzo

Gela: «Alibi, un viaggio nell’antimafia», intervista a Fabio Giallombardo, scrittore e studioso del fenomeno mafioso


di Desideria Sarcuno

Gela: «Alibi, un viaggio nell’antimafia», intervista a Fabio Giallombardo, scrittore e studioso del fenomeno mafioso
news
4 Set 2021

Sicilia uguale mafia? Per anni, il patrimonio genetico della nostra Isola è stato segnato da una fardello ingombrante e che non ci identifica. Quello che molti non sanno è che la mafia non è un fenomeno siciliano. Ce lo spiega Fabio Giallombardo, scrittore, insegnante, autore di numerosi romanzi che denunciano le verità nascoste dietro le stragi, per citarne alcune, di Capaci e via D’Amelio.
Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo “Alibi”, tenutasi a Gela, presso la terrazza Di Bosco Littorio. Un romanzo ispirato all’Odissea di Omero.
Il protagonista è Ulisse Marranzano, un siciliano e insegnante di Lettere, la cui storia si intreccerà con quella di Paolo Borsellino. Ma lasciamo che a raccontare il romanzo, sia il suo autore.

Alibi è il titolo del suo romanzo. Si sofferma, sul significato etimologico della parola, dal latino “alibi”, quasi a voler indicare un nuovo orizzonte, un mondo parallelo su cui l’uomo proietta se stesso. C’è un “altrove” in cui lei si rifugia?

Il titolo potrebbe far pensare a un giallo, tante recensioni o articoli che presentano questo libro parlano di un giallo. In realtà, non lo è. La parola alibi è molto ambivalente. Ha un’accezione chiaramente negativa, perché l’alibi è quello che tutti si son trovati, nel caso dei primi tre processi legati alla strage di Via D’Amelio.
C’è stato, infatti, un alibi collettivo, un falso pentito che è stato vestito da mafioso e che invece con la mafia, non aveva nulla a che vedere. Tutti hanno cavalcato questa menzogna processuale. Poi con Spatuzza e il Borsellino quater è stata fatta chiarezza. L’accezione negativa della parola alibi vale per l’aspetto pubblico, ma c’è anche un alibi negativo riferito alla mia generazione più che alla tua (dice riferendosi alla cronista, ndr). Nel libro prevale, infatti, la fragilità della genitorialità e le debolezze di noi adulti.
Poi, c’è anche un’accezione positiva, che è quella riconnessa alla sua etimologia latina.
Noi siciliani siamo molto propensi a cercare un altrove, perché viviamo la realtà dell’Isola. L’altrove è una dimensione verso cui tendiamo, per esempio, nella letteratura. Quest’ultima è spesso caratterizzata da un tentativo di costruire degli altrove e non a caso il romanzo, oltre ad avere in Borsellino la figura principale, ci presenta il personaggio di Ulisse, eroe archetipico che cerca l altrove. Itaca è il posto da cui si parte per per poi tornare, il nostos (in greco νόστος -ritorno).

Ulisse Marranzano, protagonista della storia, lascia la sua Itaca (che rappresenta la Sicilia) e si stabilisce nelle Marche. Questo distacco dalle proprie radici e origini, si traduce in un vuoto, un mancanza che segnerà profondamente l’animo del personaggio. Un esperienza di vita simile alla sua?

Sciascia diceva che esistono i siciliani di scoglio e i siciliani di mare aperto. Io credo che tutti i siciliani, siamo un po’ dell’uno e dell’altro e in maniera piuttosto schizofrenica. Fin quando viviamo nell’isola abbiamo voglia di evadere, di conoscere “cosa c’è aldilà di questi scogli”, citando Verga. Quando siamo via, poi, prevale la nostalgia esistenziale. Io ho alcuni aspetti in comune con il protagonista, anch’io sono un insegnante di greco che vive nelle Marche, e sono siciliano. C’è molto di me nel romanzo, e in Ulisse.

I giovani hanno un ruolo chiave all’interno del romanzo, ma anche nella sua vita privata. Lei insegna Lettere presso un liceo classico. Che rapporto ha con i suoi studenti e come affronta con loro il tema della legalità?

Quando mi sono trasferito nelle Marche, quindici anni fa, un ragazzo pensando di mettermi in difficoltà mi disse: «Lei è siciliano, quindi è mafioso?» Io gli risposi, ironicamente: «Certo che sono siciliano, e certo che sono un mafioso.»
Quello che non si sa è che in realtà la mafia non è un fenomeno siciliano. Già, nel 1962 quando Sciascia scrive Il Giorno della Civetta, diceva che la «linea della palma» era arrivata a Roma e saliva, saliva, facendo questa bellissima metafora.
Con i ragazzi ho un rapporto stupendo. Confrontarsi con le nuove generazioni mi appassiona molto. Non è vero, come molti dicono, che i giovani sono anaffettivi, hanno solo un modo diverso di manifestare la loro affettività e poi, sono nativi digitali. Chiaramente vivono il mondo digitale in modo diverso rispetto a noi, e per alcuni versi, in modo più cosciente. Non a caso uno dei quattro protagonisti del romanzo, è Telemaco, ed è probabilmente il personaggio a cui sono più affezionato. In lui c’è tanto dei miei alunni, ma anche dei miei figli.
Nella mia vita il rapporto con gli adolescenti è essenziale, e imparo molto da loro, ogni giorno.

Proprio i social, possono rappresentare un’arma a doppio taglio.
Il mezzo tecnologico e tutto ciò che esso comporta è paragonato, all’interno del romanzo, al Cavallo di Troia, stratagemma ideato dai Greci per espugnare la città di Troia.
Tuttavia, proprio grazie alla tecnologia, Ulisse fa la conoscenza delle due donne della sua vita, Penelope e Calipso.
Reputa che oggi, si sia instaurata una dipendenza malsana dai social, tale da allontanarci sempre più dalla realtà che ci circonda?

Ci troviamo in un periodo di passaggio epocale. Il cavallo di Troia nel romanzo, rappresenta proprio lo smartphone. Voi giovani, vivete in maniera naturale il passaggio dalla realtà virtuale a quella effettiva, a differenza di noi adulti. La mia generazione ha più difficoltà.
Può essere uno strumento pericoloso, e vedo molta confusione in giro tra realtà e realtà virtuale.
La realtà social è certamente più comoda. Si mette l’immagine profilo più bella, fai vedere ciò che vuoi mostrare. Anche quando scrivi in chat, non ti vedono realmente per quella che sei. Dal vivo, è tutta un’altra cosa.
Il problema è che si tratta di un processo irreversibile. Quindi non dobbiamo tanto chiederci, se i social sono un bene o un male. Così come nel Settecento non ci si chiedeva se la ferrovia fosse un bene o un male. Bisogna chiedersi che antidoti trovare per disinnescare questo cavallo di Troia.

La mafia, tema centrale del racconto, è una realtà cui spesso abbiamo guardato con omertà. In passato, se ne negava la stessa esistenza. Cosa può fare la differenza oggi, per non ricadere negli errori del passato?

In controtendenza dico che il popolo siciliano ha fatto numerosi progressi. Non posso dire lo stesso di un’altra regione che amo molto, la Calabria. Ho dei parenti lì, e vedo che c’è una grande arretratezza in questo, un po’ come la Sicilia degli anni Settanta/Ottanta.
L’abilità più grande della mafia è il camaleontismo, la mafia infatti, si trasforma continuamente.
Il siciliano era omertoso perché era strangolato dalla mafia. Quando però la mafia è diventata un fenomeno più combattuto, osteggiato, il siciliano si è sentito meno solo a combatterla. Parlo degli anni a cavallo degli anni delle stragi. Ecco, in quel frangente il siciliano ha rinunciato all’omertà. In questo, non sono pessimista, ho visto la Sicilia crescere.

Le donne sono una presenza fondamentale all’interno del romanzo. Penelope e Calipso, due donne apparentemente diverse, innamorate dello stesso uomo.
C’è qualcosa che accomuna le due donne?

Si, c’è molto che le accomuna, anche se hanno maschere opposte. Una è la classica donna indipendente, divorziata che non vuole legami, che poi alla fine si lega lo stesso, anche se mal volentieri. L’altra invece, è la donna territoriale. Sono i due archetipi omerici.
Hanno in comune di essere entrambe due brave persone, il che non è così scontato. Hanno poi, un anelito all’onestà, tant’è che, quasi alla fine della storia, le due donne si ritrovano e si abbracciano. Ciò che le rende diverse è la maschera. Io penso che in ogni donna ci sia una Penelope e una Calipso, sono personaggi complementari. Le donne, sono sempre state schiacciate dal maschilismo, quindi mentre Ulisse, può permettersi di essere molte cose, è polytropos (dal greco multiforme); la donna, o è Penelope o Calipso, ma in realtà non è così.

La sua opera è un tentativo di ricostruzione delle verità che si celano dietro alle grandi stragi.
In particolare, i personaggi cercano indizi e informazioni sulla strage di via D’Amelio, in cui perse la vita Paolo Borsellino. Sono molte le zone grigie dietro i vari attentati. Ci sono tanti interrogativi irrisolti, basti pensare al mistero legato alla sparizione dell’agenda rossa del giudice…

Purtroppo le zone grigie sono molte. Io ho scelto un evento della storia italiana, e l’ho raccontato in forma di romanzo anziché di saggio. In realtà di questi eventi ce ne sono tantissimi, dal delitto Notarbartolo, che ha avuto la stessa storia giudiziaria del delitto Borsellino. Andando avanti con la strage di Portella della Ginestra, con la sparizione di Mauro de Mauro, ma potremmo continuare ancora. Io ho scelto il romanzo, per rendere la storia meno pesante per il lettore.

Sono molti gli esempi di figure che hanno lottato contro la mafia, anche a prezzo della vita. Da Paolo Borsellino a Rita Atria. Quanto conta oggi, tener vivo il loro ricordo?

È fondamentale, se lo si fa in modo serio. Io penso che nessun giornalista può fare il giornalista, se non è uno storico. Si rischia la banalizzazione. Il peggiore danno all’antimafia lo fa la retorica antimafia. La mafia è un fenomeno, come dicevo, camaleontico, quando trova il conformismo la mafia vi si adatta, e questo lo fa da 150 anni.
La mafia si mimetizza, riesce ad essere popolare, conformista.
Occorre la memoria ma non la memoria superficiale, la memoria che abbia una profondità storica e che capisca, ciò che è successo ieri per prevedere ciò che potrebbe succedere oggi e domani.
Questo è il segreto.

Un messaggio importante quello di cui si fa portavoce il nostro scrittore. Il suo romanzo descrive una realtà che fatichiamo ad ammettere, ma che purtroppo, è intrisa nelle viscere della nostra storia. Quanta fatica abbiamo fatto noi siciliani, per scrollarci di dosso l’appellativo di mafiosi? Tanta.
Ma noi non siamo la mafia, La Sicilia non è mafia.

“La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine.”
– Giovanni Falcone

(Nella foto grande, in alto, la copertina di «Alibi» e, sullo sfondo, un panorama de mare di Gela; sopra, a sinistra, Fabio Giallombardo, intervistato da Desideria Sarcuno in occasione di un evento organizzato da Tele Gela e Libreria Orlando).


Desideria Sarcuno
Da sempre appassionata di scrittura, durante gli anni al liceo Classico si avvicina al mondo della comunicazione. Frequenta la facoltà di Giurisprudenza. Ama la musica, le buone letture e il mare.