Gela: agguato tra le case popolari, spara al cugino per danni allo scooter
di Redazione
Le ombre del rancore giovanile si allungano tra i caseggiati popolari, trasformando un banale dissidio in una notte di piombo e sangue. La vicenda, che affonda le radici nella periferia nord, ad Albani Roccella, vede protagonisti due cugini di diciannove e ventidue anni, legati dal sangue ma divisi da un odio profondo, nato per motivi di sconcertante futilità. Al centro della contesa, una carena ammaccata o forse un graffito indesiderato, sulla carrozzeria di uno scooter. Un piccolo sgarro che in certi contesti di disagio si fa macchia indelebile da lavare con la violenza. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, tra i due giovani si è passati rapidamente dalle offese verbali alle vie di fatto. Giovanni Raniolo, 19 anni, avrebbe avuto la peggio in un primo scontro fisico, subendo forse l’umiliazione degli schiaffi. È in quel momento che il risentimento si trasforma in un piano di morte. Il ragazzo decide di impugnare una pistola, una semiauto calibro 9 e ordisce il raid punitivo contro il parente. La sera dello scorso 14 gennaio, la follia prende forma: a bordo di uno scooter condotto da un complice tuttora ricercato, il diciannovenne attende il cugino, Antonino Raniolo, 22 anni, mentre esce dall’abitazione della fidanzata, in via Filippo Neri, insieme a due amici.

Senza esitazione, solleva il braccio e apre il fuoco: spara almeno quattro volte ad altezza d’uomo. Un’azione veloce che avrebbe potuto provocare una strage, ma che miracolosamente ha portato al ferimento della vittima soltanto a un tallone. Consumata la vendetta, il commando si dilegua nel buio. Una volta giunto in ospedale, il ferito ha provato a innalzare il muro dell’omertà, sostenendo di essersi fatto male accidentalmente cadendo dal motorino. Una versione che non ha convinto i sanitari, obbligati per legge a informare l’autorità giudiziaria in caso di sospetta ferita d’arma da fuoco. Le indagini Nucleo Operativo dei Carabinieri sono state fulminee. Attraverso l’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati e il sequestro degli smartphone, i militari sono risaliti in breve tempo all’identità del presunto attentatore. Il momento della prima perquisizione a casa del sospettato è stato segnato da un ulteriore episodio di tensione: i genitori, che evidentemente sapevano, hanno cercato di opporsi con violenza all’attività dei militari. In un tentativo disperato di occultare le prove, la madre del ragazzo avrebbe colpito ripetutamente il cellulare del figlio con un batticarne per poi lanciarlo dal balcone. Un gesto inutile, poiché gli specialisti dell’Arma erano già riusciti a recuperare i dati necessari a cristallizzare il quadro probatorio. Inutile e pagato anche a caro prezzo: per quella reazione, quando l’indagine era ancora agli albori, padre e figlio erano stati arrestati per resistenza a pubblico ufficiale, mentre la madre denunciata a piede libero per il medesimo reato. Ma l’episodio in sé, qualora ve ne fosse bisogno, corrobora il contesto difficile nel quale hanno dovuto operare gli investigatori. «Anche in questo caso – spiega il procuratore, Salvatore Vella, a capo delle indagini – si è arrivati all’utilizzo di armi da fuoco per uccidere. Un commando composto da due persone era pronto a colpire. Quella notte hanno fatto appostamenti, diversi passaggi in scooter fino a che non hanno individuato la vittima designata e hanno fatto fuoco». Le parole degli investigatori restituiscono con crudezza la gravità di una realtà sociale in cui si è pronti a uccidere per uno specchietto rotto. «Tra i giovani – commentata il tenente colonnello Marco Montemagno, comandante del Reparto Territoriale di Gela – circolano armi, anche di grosso calibro». La dinamica, secondo l’ufficiale, non era quella di un semplice avvertimento: l’intento era chiaramente quello di uccidere. Mentre le ricerche del complice e dell’arma del delitto proseguono senza sosta, resta il turbamento per un episodio che avrebbe potuto consegnare alla cronaca un bilancio ben più tragico, confermando quanto sia sottile, in certi ambienti, il confine tra un capriccio adolescenziale e l’irreparabile.













