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Gela: dall’ergastolo al riscatto, la nuova vita di Paolo Di Giacomo, ex «Boss di via Crispi»


di Redazione

Gela: dall’ergastolo al riscatto, la nuova vita di Paolo Di Giacomo, ex «Boss di via Crispi»
cronaca
20 Apr 2026

Dopo trentaquattro anni di detenzione ininterrotta, l’orizzonte del «fine pena mai» si schiude alla libertà. Paolo Di Giacomo, 67 anni, figura di spicco della sanguinosa stagione mafiosa di Gela, lascia il carcere. Il Tribunale di Sorveglianza di Napoli ha concesso la libertà condizionale all’uomo che un tempo gli inquirenti definivano il Boss di via Crispi, riconoscendo in lui un mutamento interiore profondo e ormai consolidato. La parabola di Di Giacomo attraversa i capitoli più bui della faida gelese. Condannato per omicidi legati alla strage di Gela del 1990, indicato come il basista e vivandiere dei quattro gruppi di fuoco che agirono quella terribile sera, è anche ritenuto l’autore dell’attentato a Grazio Trufolo, all’epoca segretario provinciale del Pli e assessore comunale ai Lavori pubblici. Eppure, dopo quattordici anni di regime di 41 bis, nel 2016 era iniziato un lento percorso di riapertura al mondo attraverso la semilibertà e il volontariato a sostegno dei minori.
Il via libera definitivo è giunto al termine di una complessa battaglia legale. La Corte di Cassazione aveva infatti già disposto un primo annullamento con rinvio, spingendo i magistrati di sorveglianza a una valutazione ancora più approfondita sul percorso del detenuto. La difesa ha insistito con vigore sul totale cambiamento di vita di Di Giacomo, portando all’attenzione dei giudici l’impossibilità oggettiva di un ristoro pecuniario: «È vero, non ha mai risarcito economicamente le vittime», spiega l’avvocato Giulio Bennici, «ma la sua condizione di ininterrotta detenzione, iniziata nel lontano 1992, non glielo ha mai permesso».
Una tesi, questa, accolta dai magistrati, i quali hanno sottolineato come l’essersi “dato agli altri” attraverso il servizio sociale rappresenti, in questo caso specifico, una forma di risarcimento morale superiore a qualsiasi somma di denaro. Nelle relazioni dei magistrati pesano le parole del sacerdote che lo ha seguito per un decennio, descrivendo una “condotta encomiabile”. Nonostante Di Giacomo non abbia mai intrapreso la via della collaborazione con la giustizia, i giudici hanno ritenuto tale scelta “inesigibile” per ragioni temporali, sancendo l’assoluta assenza di legami attuali con le cosche.
Oggi Di Giacomo torna nella sua Gela non per riprendere antichi poteri, ma per lavorare presso un’azienda locale che ha offerto la propria disponibilità. «Questa vicenda – conclude l’avvocato Bennici – è la prova tangibile che il fine rieducativo della pena, sancito dalla nostra Costituzione, non è un’utopia, ma un principio capace di trasformare radicalmente un uomo».


Redazione
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