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BENI CULTURALI | Manfria

Gela: la torre cade a pezzi, appello di Mulè. «Bisogna espropriarla e avviare il restauro, prima che sia troppo tardi»


di Redazione

Gela: la torre cade a pezzi, appello di Mulè. «Bisogna espropriarla e avviare il restauro, prima che sia troppo tardi»
attualità
4 Giu 2020

Un importante monumento che si può osservare in contrada Manfria, a quindici chilometri da Gela, è quel che rimane di una torre di avvistamento e difesa denominata in origine “Torre di Hanfris” e oggi di Manfria. L’inizio della costruzione è controverso. Secondo alcune fonti, la torre risale al 1549, durante il vicereame di Juan de Vega; secondo altre, risale al 1583. Comunque sia, si sa di certo che dopo essere rimasta incompiuta, fu ripresa nel 1615 e completata ad opera del Viceré di Sicilia Pedro Tellez Giron y Guzman, Duca di Ossuna, su disegno del famoso architetto fiorentino Camillo Camilliani venuto in Sicilia nel 1583 per una ricognizione sulle difese dei suoi litorali. Delle duecento e più torri costiere dell’Isola, che formavano un rudimentale sistema di vigilanza strategico-militare per segnalare i pericoli provenienti dal mare, la torre di Manfria, detta anche di Ossana o Ossuna, era una tra le trentasette più importanti e dipendeva dalla Deputazione del Regno; i quattro torrari che l’abitavano segnalavano, durante il dì con specchi e fumi e di notte con fuochi (i fani), l’arrivo dei barbareschi alla torre di Falconara, a ovest, e a est al campanile della chiesa di Santa Maria de’ Platea che fungeva anche da torre secondaria di avvistamento e segnalazione. Con un sistema intermedio di postazioni
e di torri di segnalazione, le informazioni quindi arrivavano alla torre di Camarana, a est nei pressi di Santa Croce Camerina; da questa e da quella di Falconara i segnali erano trasmessi con gradualità alle altre del circuito isolano fino a raggiungere, nel giro di un’ora, quei porti dove esistevano navi da guerra che immediatamente prendevano il mare per dare
manforte alla flotta locale nel contrastare l’azione offensiva del nemico.
Le segnalazioni, inoltre, erano destinate agli abitanti della città e della campagna tramite torri secondarie, come quelle dell’Insegna e del convento dei Padri Cappuccini. Oltre ai torrari erano pure pertinenza della città diversi gruppi di guardie a cavallo che percorrevano il litorale fino al fiume Dirillo. La torre di Manfria di 15 metri in altezza è a pianta quadrata con basamento fortemente scarpato che misura circa 12,5 metri per lato. In origine era costituita da due piani, il pianoterra che serviva come deposito di acqua, legna, munizioni, spingarde, schioppi, polvere da sparo e palle di cannone e il primo piano che serviva da alloggio ai torrari (in genere caporale, tenente e soldati). Inoltre, il terrazzo, provvisto di parapetti, tettoia e due balconate, sostenute da eleganti mensoloni di arenaria, ospitava due cannoni. L’accesso alla torre avveniva dal primo piano con una scala di legno o una corda, ambedue retrattili, prima che nel 1805 fosse costruita una scala in muratura a due rampe. Nello stesso anno fu anche realizzato il secondo piano. La torre nel 1962 è stata sottoposta a vincolo paesaggistico. Nel 1990 il Comune di Gela con una spesa di circa 80 milioni di lire fece realizzare un impianto di illuminazione della torre con otto nicchie di pietra bianca ragusana contenenti altrettante lampade a vapori di sodio; dopo meno di un anno, però, una feroce azione vandalica, i cui responsabili rimasero ignoti, distrusse completamente l’impianto, privando
così la torre dell’illuminazione notturna che la evidenziava a decine di chilometri di distanza. Oggi la torre, per l’usura del tempo e l’incuria dell’uomo, è mal ridotta e l’intervento riparatore di alcuni decenni fa è servito a poco. Sarebbe ora che il Comune di Gela intervenisse per salvare la torre procedendo prima all’esproprio (la torre, infatti, è proprietà
privata dei fratelli Jacono), come bene monumentale di interesse collettivo, e poi alla ristrutturazione. Diversamente, per la Torre di Manfria si prospetta una brutta fine.

[di Nuccio Mulé]


Redazione
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