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Riflessione

I frutti di non resistenza al male


di Giuseppe Aquila

rubrica
10 Apr 2020

Inviti provvidenziali alla penitenza (Lc 13, 1-5).
1 In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. 2 Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? 3 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4 O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5 No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
La seconda pericope parla di inviti provvidenziali alla penitenza.
Mentre Gesù si trova insieme ai suoi discepoli, arrivano alcuni a riferirgli che Pilato ha fatto scaricare il sangue di alcuni Galilei, condannati a morte, insieme al sangue degli animali sacrificati sull’altare dei sacrifici del tempio. Sacrilegio spaventoso!
Per un pio ebreo il sangue dell’uomo contiene la vita; dunque non può essere disperso e tantomeno mescolato al sangue degli animali.
Gesù dice: “Voi state pensando che questi Galilei, per aver subito questa sorte, sicuramente erano dei grandi peccatori; chissà quali peccati gravi avevano commesso”. Poi aggiunge: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori degli altri Galilei per aver subito tale sorte? No vi dico, ma se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».
Poi, come a dar maggior valore a quello che sta dicendo, segnala un incidente sul lavoro avvenuto nella torre di Siloe (Forse durante la costruzione o durante i lavori di restauro la torre rovinò sugli operai e li uccise) in cui hanno perso la vita ben 18 persone. Non sappiamo se gli operai che lavoravano nella torre erano in tutto 18, o se di tutti quelli che vi lavoravano ne sono morti solo 18. Sembra più attendibile la prima ipotesi.
Poi aggiunse: «Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico, ma se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo».
La mentalità ebraica di quel tempo voleva che la morte di una persona avvenisse come in una liturgia, attorniato dai parenti più stretti e dal rabbino in preghiera. Non c’era posto per una morte violenta e improvvisa. Se questo avveniva, era segno che si trattava di un grande peccatore.
Dunque sia i 18 della torre di Siloe che i Galilei trucidati sull’ara dei sacrifici avevano peccati tremendi che dovevano essere castigati. Ma qua Gesù Cristo non dice questo.
La nota relativa al v. 1 del capitolo 13 del Vangelo di Luca dice che “L’insegnamento di Gesù è chiaro; non c’è relazione diretta tra colpa e calamità; ma queste pubbliche calamità sono un provvidenziale invito alla penitenza”
Molti Israeliti pensavano che c’era un rapporto diretto e preciso tra colpa e calamità. Perciò interpretando la Scrittura sotto quest’ottica coloro che si consideravano giusti aspettavano da Dio soldi, benessere, salute ecc. Viceversa quelli che avevano fatto del male dovevano aspettarsi calamità. Alcuni esempi:
Sal 32,10: “Molte saranno le calamità per l’empio, ma la grazia circonda chi confida nel Signore”.
Sal 33,19: “L’occhio del Signore veglia su chi lo teme, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame”.
Sal 121 5-7: “Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che copre. Il Signore ti proteggerà da ogni male, Egli proteggerà la tua vita”.
Pr 11.31: “Se il giusto è ripagato sulla terra, tanto più lo saranno l’empio e il peccatore”.
Sir 25-18: “Donna malvagia per il peccatore”.
Guardate, inoltre, come si esprimono i giudei davanti ad un uomo cieco dalla nascita: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco” (Gv 9,3). Per loro, se uno nasce cieco è segno di un castigo di Dio. Non è così!
Qui il Signore ci sta dicendo che tutte le cose che accadono attorno alla nostra vita (L’incidente del tuo amico, l’infarto di tuo cognato, ecc.) non sono castighi di Dio per i peccati commessi; ma sono occasioni che Dio ci dà per chiamarci a conversione, mentre siamo ancora in tempo.
Il Signore spera che sia tu a tirare le conclusioni. E come ci si converte? Accordandoti con il tuo avversario prima che arrivi al commissariato.


Giuseppe Aquila
Giuseppe Aquila, 81 anni, sposato con Giovanna, diacono della Diocesi di Piazza Armerina dal 1999. Dalle campagne di Scicli viene a lavorare negli impianti di raffinazione Eni. Guidato da monsignor Grazio Alabiso conosce la fede da cui nasce la passione per le Sacre Scritture. In pensione dal 1994 dedica la sua vita alla famiglia e alla Chiesa. A servizio della Caritas, del vescovo e dei poveri