Livatino esempio di integrità e giustizia
di Peppe Di Cristina
Oggi, 21 settembre, nell’anniversario del sacrificio di Rosario Livatino, tragicamente ucciso dalla mafia mi viene il ricordo di uno dei tanti eroi siciliani, che per tutti viene ricordato come giudice ragazzino, ma che si conferma dai suoi diari di una profondità e attualità straordinaria e il suo testamento è poderoso. Una guida per ogni cittadino ma anche un manifesto per la magistratura, sulla nobiltà e sulla necessità dell’indipendenza giudiziaria.
Il pensiero di Livatino, espresso con lucidità nel sue riflessioni su “Fede e Diritto”, rimane un pilastro per chiunque. La sua visione non era una limitazione della libertà personale, ma una consapevole assunzione di responsabilità: comprendeva perfettamente che l’indipendenza di un magistrato non si esaurisce nelle aule di tribunale, ma si costruisce giorno dopo giorno attraverso una condotta di vita esemplare.
Questa dedizione alla riservatezza e alla coerenza morale è, ancora oggi, probabilmente soprattutto oggi all’indomani del referendum, il fondamento su cui poggia la credibilità dell’organo giudiziario. Quando un magistrato, ma anche un qualsiasi cittadino, sceglie di vivere con rigore, evitando frequentazioni che possano gettare ombre sull’imparzialità delle proprie decisioni, non si sta isolando, ma sta compiendo il suo atto più alto di rispetto verso la stessa costituzione e quindi le istituzioni.
Oggi, più che mai, la magistratura trova dal mio punto di vista in Livatino, la forza per riaffermare il proprio ruolo di giustizia. La sua figura ci ricorda che l’indipendenza è una conquista quotidiana, un impegno che richiede integrità assoluta. Onorare la memoria di Livatino significa riconoscere l’immenso valore di tanti magistrati che, seguendo il suo esempio, lavorano ogni giorno con coraggio e dedizione per garantire che la giustizia sia, agli occhi di tutti, non solo formale, ma sostanziale.
Come lui stesso ci ricordava in un messaggio di un cattolico laico: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”













