Niscemi: la sfida dell’architetto Indovina, case abusive agli sfollati e più ristoro per i danni
di Claudia Meli
«Rendere disponibile l’indisponibile», riassume in questo modo l’architetto Angelo Indovina la sua prospettiva sulla rigenerazione urbanistica della città post frana. L’idea parte dall’ assunto che non si può rigenerare qualcosa che non esiste e che l’urbanistica, prima ancora che di tecnica, si alimenta di competenza emotiva. «Tutti si improvvisano urbanisti, ma non ne capiscono nulla- afferma l’architetto Indovina- l’urbanistica è una scienza multidisciplinare che cambia continuamente e si adatta alle trasformazioni territoriali e sociali. Il rapporto tra edilizia, architettura e ambiente non rappresenta nulla di nuovo, perché era già presente nelle accese discussioni dei circoli universitari negli anni Settanta».
Una disciplina che implica una padronanza che l’architetto Indovina stenta a vedere, persino tra i suoi colleghi e che senza mezzi termini, con un chiaro riferimento al convegno «A due mesi dalla frana: quale futuro per Niscemi?» e gli esperti intervenuti, dichiara «loro non erano l’espressione della competenza». Una valutazione negativa che, ci spiega, nasce dalla sua personale opposizione al concetto espresso di rigenerazione urbanistica «si può rigenerare, ad esempio, un centro storico, non le periferie dove non c’è nulla. La mia idea è, invece, è quella di sfruttare quello che c’è già». Ed è qui che l’architetto Indovina entra nel cuore della sua proposta: fare dell’abusivismo un punto di forza rendendo quegli immobili, sospesi come in un limbo, fruibili dagli sfollati. «Gli immobili realizzati abusivamente – spiega l’architetto- al termine di un iter complesso, costellato da mancati controlli da parte della vigilanza edilizia e inadempienza delle norme sull’edilizia, diventano proprietà del Comune, ma dato che non ne ha il possesso, tali immobili entrano a far parte del patrimonio indisponibile del Comune di Niscemi. Immobili, inoltre, in cui, spesso, continuano a vivere quelli che avrebbero potuto esserne i proprietari. Si viene a creare una strana condizione per cui chi ha commesso un abuso si trova non solo ad usufruire dell’immobile, ma anche di tutti i benefici, ad esempio nella dichiarazione dei redditi, derivanti dal non possedere una casa di proprietà. L’idea è di individuare una zona dove ci sia un gran numero di case abusive non abitate, andare in deroga con la progettazione, con gli indici volumetrici, e rigenerare il quartiere fornendolo di servizi e zone verdi attrezzate. Il Comune con i soldi dei ristori dovrebbe aggiustare le case e, anziché predisporre grandi appalti, individuare tutta una serie di interventi realizzabili dalle ditte locali».
Tuttavia, ci tiene a precisare l’architetto Indovina, nel mirino della sua proposta, non ci sono immobili attualmente abitati, perché non vi è nessuna intenzione «di buttare fuori le persone», ma quei fabbricati abusivamente costruiti, acquisiti dal Comune di Niscemi e abbandonati a sé stessi. Indovina afferma di avere contezza del numero di tali immobili che, a suo dire, sarebbero più di sei mila. «Tali immobili non si trovano solamente nelle periferie, come in contrada Ficoscibona, Vascelleria o Sperlinga, ma si trovano ovunque. Da conoscitore del territorio di Niscemi, ho assistito alla formazione di quartieri, con un alto tasso di edifici abusivi, negli anni Ottanta e Novanta. Se prendiamo il caso della via Aldo Moro, io ho fatto il progetto delle strade che vanno verso valle e della zona verde. All’epoca, tra il 1996 e il 1997, periodo che coincide grosso modo con quello della frana, io ho preferito fare le espropriazioni e dunque dotare il Comune di un polmone verde per il gioco e lo svago, piuttosto che fare i lavori e guadagnarci. In quell’area le case sono quasi tutte abusive perché, secondo le previsioni di piano regolare, è zona C: bisogna fare un piano di lottizzazione, non si fabbrica con la licenza di concessione edilizia. Salendo dalla via Aldo Moro fino alla via Pitrè quelle case sono tutte abusive, molte abitate, altre no. Quelle che non sono abitate e sono del Comune, e se non lo sono il Comune fa l’acquisizione, devono essere messe a disposizione». L’abusivismo, annoso problema della città di Niscemi ha, secondo l’architetto Indovina, precise cause. «L’abusivismo dilaga perché non c’è repressione e perché manca quella coscienza del cittadino perché “tanto non fa niente”, c’è la sanatoria che risolve tutto». L’ultima sanatoria, spiega, è stata fatta in Italia nel 2003 ed è entrata in vigore nel 2010: la somma da corrispondere per metro quadro per ogni costruzione abusiva era grossomodo intorno ai 150 euro. La sanatoria, semplificando, sarebbe costata più della costruzione dell’immobile, dato l’alto costo della pratica, ed è per questo che è molto probabile, dichiara l’architetto Indovina, che quelle case siano tutte abusive. A questo proposito, provocatoriamente aggiunge «Ciciliano queste cose non le sa, mentre il sindaco non vuole farsi nemici». Alla sua proposta in termini di prospettiva urbanistica, l’architetto Angelo Indovina ne aggiunge un’ulteriore che potrebbe rappresentare, dal suo punto di vista, una possibile soluzione per il problema degli indennizzi per le case franate. «Innanzitutto condanno il comportamento del Comune- dichiara- perché è un Comune blindato, in cui nessuno sa niente. Per quanto riguarda i ristori, nel 1997 i cittadini colpiti sono stati risarciti seguendo dei criteri dettati dalla legge, dove veniva fissato l’importo di un milione e duecentomila lire per ogni metro quadrato di costruzione. Oggi pare che la somma da corrispondere, per ogni metro quadrato di costruzione, sia di seicentoquaranta euro circa. Lo stesso valore, dunque, ma io dico che non dovrebbe essere così perché per realizzare un metro quadrato di costruzione in Italia ci sono dei riferimenti legislativi: la legge n. 392 del 1978 che diceva che ogni metro quadrato di costruzione di una civile abitazione costava duecentoventicinquemila lire. Riportando e aggiornando questa cifra con gli indici Istat, risulta che per realizzare un metro quadro di costruzione, esclusa l’area di sedime, occorrono tra gli ottocento e i milleduecento euro e non i seicentoquaranta euro suddetti». Una situazione che l’architetto Angelo Indovina denuncia con forza. «Stanno abusando della scarsa conoscenza delle leggi dei nostri cittadini che sono stati colpiti da questo tragico evento. Ritengo che i seicentoquaranta euro siano inadeguati. Significa subire un’imposizione da parte degli organi competenti che decidono su queste cose e sulle spalle della gente. Se nel 1997 il risarcimento ha permesso a molti di comprarsi un’altra casa, ogni non sarà possibile, perché sono cifre fuori da ogni logica»





