Niscemi, lo spaccio delle dosi davanti ai bambini. Il ruolo di «Bordò» e degli altri fedelissimi
di Redazione
C’è un’immagine che, più di ogni intercettazione ambientale o faldone burocratico, restituisce il degrado del controllo mafioso a Niscemi: una mano che allunga una dose di cocaina, un’altra che incassa il denaro. Quattro giovani a capannello e tra loro un bambino: avrà avuto 10 anni. I Carabinieri, durante mesi di appostamenti e telecamere nascoste, hanno filmato l’incredibile: lo spaccio di stupefacenti che avviene con naturalezza quasi quotidiana, anche davanti a chi è troppo piccolo per capire, ma abbastanza vicino per respirare il veleno della strada.
Il marchio di Alberto Musto
Quello che emerge dall’inchiesta non è uno spaccio disorganizzato, ma un sistema a “tassa fissa” che alimentava le casse di Cosa Nostra. Al vertice di tutto, secondo gli inquirenti, c’era Alberto Musto, reggente della famiglia mafiosa locale. Era lui a concedere il “nulla osta” necessario per vendere stupefacenti in città. Nulla si muoveva senza il suo consenso, né la marijuana (venduta a 700 euro per cento grammi) né la cocaina, smerciata a ritmi industriali.
Le transazioni, spesso documentate in contesti domestici o stradali degradati, vedevano come protagonisti figure centrali del gruppo criminale. Santo Cunsolo e Carmelo Di Benedetto sono indicati dai carabinieri quali «bracci operativi», tra i più attivi nella vendita al dettaglio di cocaina. Decine le cessioni accertate, spesso facilitate da intermediari (R.C.C. di 46 anni, indagato a piede libero), che mettevano in contatto clienti e spacciatori per assicurare… come dire, una certa riservatezza al clan. Anche la marijuana era un affare di famiglia e di gerarchie. Salvatore Di Pasquale, «Turi Bordò» per gli amici e un giovane (G.F. di 24 anni, indagato a piede libero) avrebbero gestito i carichi più pesanti, con Musto che interveniva personalmente per mediare nelle trattative più delicate, come l’offerta di un chilo di marijuana per 3.500 euro a uno dei clienti.
Lo scudo dell’omertà
Per proteggere questo business, il clan contava su una rete di protezione che arrivava a sfidare direttamente l’Autorità. Agli atti figurano i tentativi di Giacomo Galvano e Luigi Tinnirello di sviare le indagini. Durante i controlli dei Carabinieri, pur di non tradire la famiglia Musto, c’era chi dichiarava il falso o sosteneva di non poter riconoscere nessuno a causa di “mascherine e cappelli”. L’inchiesta odierna strappa il velo su una realtà dove il profitto mafioso non si ferma davanti a nulla. Se il controllo degli oli esausti era il volto “imprenditoriale” del clan, lo spaccio alla presenza di minori ne rappresenta il volto più feroce e spregiudicato.





