Niscemi: mafia, droga e riciclo olii esausti, scattano 35 arresti. Musto pronto alla scalata di potere su Gela
di Redazione
Un’operazione imponente che segna il terzo e decisivo capitolo di una delle inchieste più significative degli ultimi anni nel distretto nisseno. All’alba di oggi, i Carabinieri del Comando Provinciale di Caltanissetta, supportati dallo Squadrone Eliportato Cacciatori di Sicilia e dal 9° Nucleo Elicotteri di Palermo, hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione denominata «Mondo Opposto 2». Il provvedimento, emesso dal gip del Tribunale di Caltanissetta su richiesta della locale dda (Direzione Distrettuale Antimafia), ha colpito 35 soggetti (32 in carcere e 3 ai domiciliari), accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, traffico di rifiuti e narcotraffico.
I nomi degli arrestati
In carcere sono stati condotti:
Domenico Abaco, 30 anni di Niscemi
Alessio Alma, 24 anni di Niscemi
Davide Alma, 30 anni di Niscemi
Gaetano Azzolina, 36 anni di Niscemi, detto «Franchitto»
Gianluca Azzolina, 27 anni di Niscemi
Antonio Balsamo, 46 anni di Catania
Giuseppe Barone, 31 anni di Niscemi
Simone Bartoluccio, 37 anni di Caltagirone
Michele Brancato, 38 anni di Niscemi
Angelo Cacciaguerra, 59 anni di Niscemi
Luciano Calabrese, 47 anni di Catania
Giuseppe Cona, 40 anni di Niscemi
Santo Cunsolo, 56 anni di Caltagirone, detto «Santino»
Santo Oreste D’Arrigo, 42 anni di Catania
Carmelo Di Benedetto, 64 anni di Niscemi, detto «Orso Bianco»
Salvatore Di Pasquale, 60 anni di Niscemi, detto «Turi Bordò»
Giovanni Donato, 40 anni di Catania
Gianni Ferranti, 24 anni di Niscemi
Rosario Fidone, 22 anni di Vittoria
Rosario Greco, 43 anni di Vittoria, detto «Saro»
Giuseppe Infuso, 34 anni di Caltagirone
Salvatore Lauria, 46 anni di Palagonia
Dario Licciardello, 36 anni di Acireale
Antonio Mario Musto, 70 anni, detto «Antonino», originario di Partinico
Danilo Musto, 34 anni di Niscemi
Liliana Parisi, 64 anni di Giardini Naxos
Maurizio Parisi, 55 anni di Vittoria
Paolo Parisi, 29 anni di Niscemi
Giuseppe Sammartino, 37 anni di Gela
Salvatore Sciacca, 26 anni di Niscemi
Francesco Tizza, 30 anni di Niscemi
Filippo Tramontana, 41 anni di Niscemi
Agli arresti domiciliari:
Francesco Pullara, 51 anni di Favara
Giacomo Galvano, 49 anni di Caltagirone
Luigi Tinnirello, 54 anni di Niscemi

L’indagine, condotta dal Reparto Territoriale di Gela sotto la direzione della Procura di Caltanissetta, svela l’evoluzione della famiglia mafiosa di Niscemi guidata dai fratelli Alberto e Sergio Musto. Non più solo una consorteria legata ai reati tradizionali, ma una vera e propria holding criminale capace di infiltrare l’economia legale e di pianificare un’espansione territoriale senza precedenti. Come sottolineato dagli inquirenti, l’inchiesta odierna rappresenta il culmine di un percorso investigativo che aveva già portato all’arresto di Alberto Musto nel dicembre 2023, ma che oggi svela la reale portata dei suoi progetti: un’egemonia che puntava a travalicare i confini di Niscemi per assoggettare i centri economici più rilevanti della provincia.
La “Mafia Green” e il racket degli olii
Il cuore dell’inchiesta “Mondo Opposto” riguarda l’infiltrazione del clan Musto nel settore dello smaltimento degli oli vegetali esausti. Un ambito apparentemente di nicchia, ma estremamente redditizio, che il boss Alberto Musto aveva deciso di colonizzare. L’aspetto quasi romanzesco, ma drammaticamente reale, è che Musto aveva appreso i segreti di questo business durante la detenzione nel carcere di Voghera, confrontandosi con altri detenuti esperti in reati ambientali. Una volta libero, pur non avendo alcuna autorizzazione o iscrizione all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali, ha trasformato quella “lezione” carceraria in un sistema di potere.
Attraverso forme di interposizione negoziale e collaborazione “in nero”, i Musto hanno monopolizzato la raccolta degli oli a Niscemi, imponendo alle attività commerciali ditte colluse di Favara e Catania. Il meccanismo era quello del “sinallagma criminoso”: le aziende ottenevano il monopolio del mercato grazie all’intimidazione mafiosa, e in cambio versavano al clan provvigioni fisse: 40 euro per ogni contratto e 600 euro ogni 1.000 litri di prodotto. Questo intreccio ha portato alla contestazione del reato di concorso esterno per gli imprenditori coinvolti, i quali, secondo l’accusa formulata dalla dda, avrebbero scelto di barattare la propria libertà d’impresa con i vantaggi derivanti dalla protezione di Cosa nostra.
ll piano di Musto: espandersi a Gela
Aspetto allarmante emerso dalle pieghe dell’indagine riguarda l’ambizione territoriale del boss. Niscemi, per Alberto Musto, era solo il punto di partenza. Il suo sguardo era rivolto con insistenza verso Gela, la città più popolosa e strategicamente rilevante del comprensorio, dotata di un tessuto economico e industriale infinitamente più vasto. L’obiettivo era replicare il “modello Niscemi” su scala maggiore, estendendo il controllo mafioso ai settori più redditizi del comparto ambientale.
A confermare questa pericolosa deriva sono state le parole del Procuratore Capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, che ha delineato i contorni di una strategia di conquista già pianificata: «Dall’inchiesta emerge che Alberto Musto aveva intenzione di espandere la sua egemonia anche su Gela e occuparsi anche di altri settori, sempre nel campo di oli esausti, in particolare voleva concentrare la sua attenzione sugli oli minerali e sulla plastica». Questa dichiarazione mette in luce la dinamicità del clan: non solo l’occupazione di un nuovo territorio (Gela), ma anche la diversificazione merceologica verso i rifiuti industriali e plastici. L’espansione su Gela avrebbe significato per i Musto un salto di qualità esponenziale, permettendo alla famiglia di Niscemi di sedersi ai tavoli che contano nella gerarchia mafiosa siciliana, gestendo i flussi economici derivanti dalle grandi aree industriali gelesi.
Il controllo «militare» dello spaccio
Nonostante le ambizioni imprenditoriali, il clan Musto non ha mai abbandonato il controllo militare del territorio, garantito dal traffico di cocaina e marijuana. Le intercettazioni hanno svelato come Alberto Musto gestisse lo spaccio con una disciplina ferrea. A Niscemi regnava il sistema delle “autorizzazioni”: nessuno poteva vendere droga senza il suo consenso e senza versare una quota alla “cassa comune”. Chi non accettava di pagare o di mettersi a disposizione della famiglia veniva “fermato” immediatamente con metodi violenti.
Il profilo criminale di Musto emerge chiaramente dalle conversazioni registrate. In un passaggio emblematico, il boss ribadisce a uno spacciatore la sua supremazia assoluta: “Perché questo non è lavoro, se è lavoro, io non mi permetto di fare, di domandarvi nulla, ma siccome non è lavoro, questa è malavita e la malavita a Niscemi la gestisco… solo io…”. È la rivendicazione di un ruolo che il fratello Sergio definiva con orgoglio come “malattia per la malavita”, un’adesione totale ai disvalori di Cosa nostra che non ammetteva zone d’ombra o concorrenza. Questa gestione paramilitare permetteva di mantenere un ordine criminale interno, garantendo al contempo le risorse necessarie per sostenere le spese legali e il sostentamento degli affiliati detenuti.
La risposta dello Stato
L’indagine “Mondo Opposto 3” ha dovuto scontare anche un pesante clima di omertà. Non sono mancati episodi di favoreggiamento: due dipendenti di un’impresa coinvolta sono accusati di aver fornito dichiarazioni mendaci ai Carabinieri durante i controlli, sostenendo di non conoscere i componenti del sodalizio o di non poterli identificare a causa di presunti travisamenti. Tentativi di depistaggio che, tuttavia, si sono scontrati con la meticolosa attività di intercettazione e monitoraggio degli investigatori che hanno lavorato sotto l’egida del Gip e della Procura.
La risposta dello Stato, culminata negli arresti di oggi, ha impedito che il piano di espansione verso Gela e verso il settore degli oli minerali e della plastica venisse portato a compimento. Resta la consapevolezza di una mafia niscemese estremamente resiliente, capace di rigenerarsi e di sognare in grande, cercando di trasformare il controllo del territorio in un monopolio industriale illecito. La caduta dei Musto libera Niscemi da un assedio durato anni, ma l’allerta resta altissima su Gela, porto d’approdo desiderato da una criminalità organizzata sempre più affamata di nuovi mercati.





