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POLEMICA | Tecnico

Niscemi tra frana e veleni, l’architetto Indovina presenta il conto del disastro


di Claudia Meli

Niscemi tra frana e veleni, l’architetto Indovina presenta il conto del disastro
attualità
30 Lug 2026

Nel dibattito sulla frana interviene l’architetto Angelo Indovina, soffermandosi sugli errori del passato e i conti aperti nel presente. «Parlare dei problemi di Niscemi, almeno da parte mia, vuol dire sapere quando si inizia e non quando si finisce». Esordisce così ed effettivamente è un fiume in piena difficilmente arginabile.

«Sono passati sei mesi dalla frana e non si sa più niente, non trapelano notizie neanche da parte dei comitati che si sentono esclusi dalle informazioni che potrebbero dare loro il Comune e la Protezione civile». Si riscontra, secondo l’architetto, l’incapacità di riportare alla città aggiornamenti su argomenti di grandissima importanza: quando saranno demoliti i fabbricati, che cosa verrà corrisposto ai proprietari degli immobili che saranno demoliti, quando inizieranno i lavori e tante altre domande che non trovano risposta. «Per quanto riguarda la demolizione dei fabbricati», afferma, «nessuno sa niente, fatta eccezione di qualcuno che detiene questi segreti».

Ma è soprattutto un punto quello che Indovina tiene a sottolineare: il suo scorgere una certa malizia nell’operato dell’amministrazione comunale. Sarebbe stata attivata, a suo dire, una macchina del fango con la deliberata intenzione di spostare il baricentro del problema, scaricando le colpe della frana dello scorso gennaio sull’amministrazione comunale che si trovò ad affrontare l’evento franoso del ’97.

«Al Comune, da parte della maggioranza di governo, si cerca di attaccare l’amministrazione comunale presente allora con critiche instrumentalmente rivolte, celando che il programma dei lavori, il piano operativo fatto all’epoca, è stato tutto realizzato. Mi riferisco», spiega, «al centro socio-culturale “Totò Liardo”, all’urbanizzazione delle aree di contrada Vascelleria e Piano Mangione dove esistono fabbricati di tipo economico-popolare che furono realizzati con un piano di intervento dello IACP al fine di ospitare centodiciannove famiglie. Quindi, quando si parla del 1997 mettendo sotto accusa o sotto i riflettori quell’anno, è un attacco diretto all’amministrazione dell’epoca che realizzò tutto. Il programma dei lavori, che comprendeva le aree destinate all’edilizia economico-popolare, l’individuazione e successiva realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria PIP, la costruzione del Centro socio-culturale, è stato portato a compimento. Qualcuno potrebbe chiedere cosa c’entri la costruzione di quest’ultimo con la frana, ma lo prevedeva il piano di intervento, disposto dalla Protezione civile nazionale e regionale».

«Il coordinatore dei lavori, l’ingegnere Salvatore D’Urso, portò a termine i lavori con successo», continua. «La sola opera che non venne realizzata fu il collettore che avrebbe portato le acque bianche reflue e nere al di là del poggio di Piano Mangione, verso la contrada Cutugno dove ora stanno realizzando il depuratore. Non fu realizzato», spiega l’architetto, «perché all’epoca il progetto venne conferito a dei tecnici locali nelle persone del geometra Bonelli, del geometra Disca, dell’ingegnere Di Simone e a un ingegnere di Palermo, validissimo. Il progetto finanziabile ammontava a venticinque miliardi di lire, ma i tecnici ritennero opportuno fare un progetto generale dove venivano previsti il convogliamento delle acque bianche, nere e piovane di tutto il territorio urbanizzato. La somma di questo progetto ammontava a novanta miliardi di lire, cifra di molto superiore a quella finanziabile. Il progetto venne per questo revocato a quei tecnici e affidato all’ufficio del Genio Civile di Caltanissetta che detenne la progettazione, i conti di progettazione e la direzione dei lavori. Quel tipo di lavoro, però, non è andato in porto perché l’impresa appaltatrice dopo alcuni anni iniziò i lavori con l’installazione degli uffici della logistica e subito dopo contestò alcuni aspetti tecnici del progetto che portarono all’insorgenza di contenziosi tra l’impresa e il Genio Civile, con la conseguenza che i lavori non si fecero. Un altro lavoro che non si fece secondo il piano è stato l’ufficio di collocamento di via Pitrè, ma ribadisco che il primo piano di intervento fu realizzato e successivamente ci furono ulteriori opere di consolidamento del costone sotto il Belvedere e in altre zone».

Sulla questione della demolizione degli immobili presenti nella zona a rischio e di quanto nel tempo avrebbe potuto essere fatto, le idee di Indovina sono altrettanto chiare. «Nel 1997 fu nominata una commissione tecnico-scientifica che effettuò degli studi geologici sul fronte della frana; nel 2001 fu pubblicato l’esito di tali studi che individuava i fabbricati da delocalizzare, quindi si sapeva già quali edifici presentassero delle criticità. Di ciò, però, non si è tenuto alcun conto perché abbiamo la memoria corta. È come se questo non bastasse», denuncia l’architetto, «nella fascia dove erano previste le delocalizzazioni il Comune ha affittato case da destinare a uffici pubblici».

«Gli attacchi diretti al periodo post-frana del ’97», conclude, «da parte del sindaco Conti e di altri sono fatti in malafede e con cattiveria perché cercano di ispezionare e indagare sull’operato delle amministrazioni precedenti per scaricare le colpe su di loro. Quando il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, dice che da nove anni ad oggi non è stato presentato nessun progetto da parte del Comune di Niscemi, io credo di più al ministro che all’attuale amministrazione comunale».


Claudia Meli
Claudia Meli vive e lavora a Niscemi. Insegnante di Lettere prestata al giornalismo, ha collaborato per diversi anni con l'emittente televisiva Rete Chiara e il Giornale di Sicilia. È socia del Lions club di Niscemi