Niscemi tra violetto e voglia di normalità . Un’installazione artistica per non dimenticare
di Claudia Meli
Un timido ritorno alla normalità. Ha rappresentato questo per Niscemi la XLIV edizione della sagra del carciofo violetto. Una «tre giorni» immersiva, caratterizzata dal profumo dei carciofi, rivisitati nei modi più originali, e impreziosita dal fluire dei niscemesi, un fiume di persone che dislocandosi per le vie del centro, tra le bancarelle e gli stand culinari ha, per un po’, ricacciato indietro il magone dell’ultimo periodo. La piazza, fino a poco tempo fa, irriconoscibile e violata da mezzi di intervento di ogni tipo e cronisti in pianta stabile, ha ripreso il ruolo che di diritto le spetta ospitando, su quel palco nuovamente allestito, i vari artisti protagonisti delle serate. Una sagra che in qualche modo ha fatto da pungolo, da stimolo a credere che una ripartenza è ancora possibile, nonostante tutto e nonostante la frana. Una sottile malinconia unita a un profondo desiderio che tutto si risolva nel miglior modo possibile e allo stesso tempo che quel che è stato non venga dimenticato, perché dimenticare sarebbe la condanna a ripetere lo stesso schema ciclicamente e forse all’infinito, è stata una delle cifre distintive di questa edizione. Ed è proprio coniugando questi due elementi, e scegliendo l’arte come sentinella, che il Cefn (Comitato evento franoso Niscemi), presieduto da Francesco Rizzo, ha voluto lanciare un messaggio forte, insieme monito e speranza, attraverso la realizzazione, all’interno del proprio stand, di un’installazione che traducesse in immagini l’evento. Un racconto che mette insieme il visibile e l’invisibile, realizzato dalla nota artista niscemese, vincitrice di numerosi premi internazionali, Cettina Callari. Al centro della scena le case sventrate, colorate di grigio per simboleggiare lo sgomento e tutte uguali, perché la perdita non conosce distinzioni, con l’unica eccezione di una, dove è presente la macchina, per giorni in bilico sul ciglio della frana, diventata espressione dell’ostinazione di un’intera comunità che resiste. Ai piedi delle case prive di anime, lo smottamento e la terra dove giacciono parti delle abitazioni crollate e la croce, anch’essa simbolo, con ai lati le date delle due recenti frane: sedici gennaio e venticinque gennaio. Un ruolo importantissimo assumono nel contesto dell’installazione i tanti cuori spezzati, presenti in ciò che rimane delle case crollate e tra le macerie cadute nel baratro. «Rappresentano il cuore -ci spiega la pittrice Cettina Callari- che le persone hanno lasciato in quelle case. Tutto quello che c’è dentro, come i ricordi più intimi che non sono riusciti a prendere. Alcuni non sono riusciti a prendere nemmeno le foto dei propri cari che non ci sono più. Altri non sono riusciti a prendere proprio nulla e quando queste case crolleranno o verranno abbattute, con esse andrà via una parte del cuore di queste persone». Un’installazione, realizzata in tre giorni, alla quale hanno collaborato alcune di quelle donne che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni, colorando di grigio quei cartoni simbolica rappresentazione delle loro case perdute.





