Niscemi, trenta locali sottomessi dal clan. Costretti a firmare contratti con le ditte amiche
di Redazione
C’è una forma di violenza che non ha bisogno di pistole spianate o di vetrine in frantumi. È una violenza che entra in cucina con il passo felpato di chi non chiede, ma dispone. A Niscemi, per anni, l’odore dell’olio esausto non è stato quello di un rifiuto da smaltire, ma il simbolo di una sovranità territoriale assoluta. Sono una trentina – tra bar, pasticcerie, paninerie e ristoranti – le attività finite tra le maglie di un racket inedito e soffocante: quello dei fusti di grassi vegetali.
L’inchiesta della Dda di Caltanissetta non racconta solo una scalata criminale, ma fotografa la frustrazione solitudine di una classe produttiva assoggettata. Per diversi ristoratori niscemesi, scegliere a chi affidare lo smaltimento degli scarti della propria cucina non era una decisione economica, ma un atto di sottomissione. Al vertice di questa piramide sedeva Alberto Musto, indicato come il reggente della famiglia mafiosa locale, l’uomo che entrava nei locali — spesso insieme al padre Antonino Mario Musto — e con poche parole imponeva il contratto legale appena firmato per sostituirlo con quello degli “amici”.
Il valzer delle imposizioni
Da una parte il disagio, dall’altra paura e omertà, emergono dai verbali come un lamento sommesso. C’è chi, terrorizzato, è stato costretto a un paradossale “valzer dei fornitori”. L’ordine partiva dai Musto e serviva a favorire le ditte di imprenditori ritenuti compiacenti o “soci” del sistema: come Francesco Pullara, titolare di una ditta agrigentina, o Liliana Parisi, al vertice di una società catanese. Entrambi figurano tra i destinatari dei provvedimenti cautelari, e secondo i carabinieri avrebbero accettato il «sistema» messo in piedi da Cosa Nostra in cambio del monopolio sul territorio.
Poco importava se i contratti precedenti fossero vantaggiosi. Il diktat era uno solo: l’olio deve passare dalle mani del clan. In alcuni casi, la disperazione dei gestori ha raggiunto livelli grotteschi, con imprenditori costretti a disdire accordi pluriennali nel giro di ventiquattro ore, inventando scuse banali con i vecchi fornitori pur di non ammettere la verità: «Qui, se non firmo con loro, non mi fanno lavorare». A curare i dettagli logistici di queste “visite” era spesso Giovanni Ferranti, indicato dagli inquirenti come l’instancabile mediatore, l’uomo che faceva da ponte tra il boss e il bancone del bar.
L’economia della paura
Non è solo una questione di soldi, è una questione di dignità calpestata. La cronaca infatti restituisce l’immagine di pasticcerie, pizzerie e rosticcerie costrette a mediare con i sodali del clan, a dover subire l’umiliazione di vedere i propri rifiuti prelevati forzosamente, pur di non incrociare lo sguardo sbagliato del reggente.
In questo spaccato di Niscemi, la mafia non ha solo inquinato il mercato, ha avvelenato la fiducia. La disperazione di chi ha provato a resistere, prima di piegarsi, è il tratto più amaro di questa indagine. Oggi, dopo gli arresti, resta lo spaccato di un assedio che non ha risparmiato nessuno, trasformando ogni cucina, ogni locale in uno dei target del nuovo emergente della Cosa Nostra in provincia.





